Teorie Sociologiche in Criminologia: dalla Statistica Morale alla teoria della Tensione Sociale.

Anche il criminale, come qualsiasi altro essere umano, vive calato all’interno di un determinato ambiente e da esso viene influenzato. Le cause del crimine sarebbero quindi ascrivibili al contesto sociale, culturale e urbano in cui l’uomo vive.

Le origini delle teorie sociologiche in criminologia sono da ricercarsi negli studi sulle statistiche criminali di Adolphe Quetelet e André Michel Guerry dei primi dell’800, che hanno posto il fondamento anche per la disciplina del crime mapping di cui avremo modo di parlare ampiamente in futuro.

Nel 1828 Quetelet presentò all’Accademia Reale di Bruxelles uno studio sulle tendenze sistematiche della criminalità, riscontrate durante l’analisi di casi di omicidio in Francia. Secondo l’autore era possibile addirittura “anticipare quanti individui si macchieranno le mani con il sangue dei loro simili, quanti saranno i truffatori, quanti gli avvelenatori; lo possiamo predire quasi come possiamo preconizzare le nascite e le morti che avranno luogo“. Nello studio di Quetelet si evidenziava una regolarità nelle statistiche criminali e risultava possibile associare i crimini a variabili anagrafiche, socio-economiche e demografiche. Il comportamento dell’uomo era fortemente influenzato da fattori esterni, fattori di ordine sociale. Quetelet si ripropose di estendere le sue teorie dal caso francese ad una dimensione più generale, analizzando la costanza del crimine: era possibile, secondo l’autore prevedere il numero di crimini che sarebbe avvenuto nell’anno in corso basandosi sulle statistiche degli anni precedenti.

La regolarità del numero dei delitti era dovuta al fatto che l’agire umano è influenzato da cause esterne, e le circostanze possono portare ad una minore o maggiore tendenza a commettere un delitto. L’immutabilità dell’ambiente sociale avrebbe mantenuto, secondo l’autore, il tasso di criminalità stabile. Era necessario che si agisse in termini preventivi per modificare la situazione: il che, a pensarci bene, è un concetto incredibilmente all’avanguardia e che ritroveremo agli inizi del ‘900 negli ambienti della Chicago School.

André Michel Guerry (1802-1866), avvocato e statistico francese, nella sua opera «Statistica morale» del 1833 teorizzò che fosse possibile, a partire da un numero piuttosto limitato di dati, dedurne altri. Per spiegare questa teoria fece largo uso della statistica sociale, ma anche lui come il collega Quetelet accantonò il concetto di libero arbitrio dell’uomo a favore dell’affascinante idea che fosse possibile dedurne il comportamento esclusivamente a partire da una induzione logica e dai dati statistici. Sappiamo bene, tuttavia, che le scelte compiute dall’individuo e il suo libero arbitrio non sempre non sempre ricadono nelle casistiche. Guerry però ha sicuramente un grande merito, ovvero quello di aver posto le basi del Crime Mapping e del Profilo Geografico. Nell’opera “Statistica morale” , Guerry creò una vera e propria cartografia sociale della criminalità, incrociando i dati socio-economici e demografici dei vari dipartimenti francesi con le statistiche relative alle attività criminali. Potè così rilevare che non vi era un rapporto diretto tra criminalità e povertà, quanto piuttosto tra criminalità e diseguaglianza sociale.

Il sociologo francese Emile Durkheim (1858 – 1917), portò quanto ipotizzato da Quetelet e Guerry ad un livello superiore. Per Durkheim non solo il crimine è un prodotto dell’ambiente in cui viviamo, ma viene considerato un fatto sociale normale, inevitabile e parte integrante della vita di tutti i giorni. Il crimine si configura come un problema solo quanto la sua incidenza diventa troppo alta e allora assume una natura morbosa. Altrimenti, per Durkheim, un certo livello di criminalità è fisiologica e necessaria per la società.

L’autore introduce anche il concetto di anomia in relazione alla divisione del lavoro sociale e al suicidio. L’anomia in termini Durkheimiani viene intesa come assenza di norme sociali e regole atte a mantenere il comportamento dell’individuo in linea con le aspettative della società. Lo stato di anomia porta quindi inevitabilmente l’individuo a deviare.

In contrapposizione alle teorie Durkheimiane troviamo le posizioni di Gabriel Tarde (1843-1904), sociologo, criminologo e psicologo sociale francese, secondo cui il crimine è un prodotto anormale della società e si diffonde attraverso l’imitazione dei comportamenti antisociali. Alla base della teoria dell’imitazione vi è il fatto che l’individuo, secondo Tarde, si muove con la massa ma al contempo oscilla nei flussi costanti dell’interazione con gli altri e con la società. L’imitazione di un comportamento diffuso è quindi inizialmente soggetta ad una reazione di opposizione. In un secondo momento il soggetto cercherà inevitabilmente di adattarsi al comportamento comune, per poi finire per sposarne idee e valori.

Riprendendo il concetto di anomia di Durkheim, Robert Merton (1910-2003) interpreta la devianza come il risultato della tensione causata dall’insufficienza dei mezzi legittimi per raggiungere obiettivi socialmente approvati. La causa della devianza risiederebbe nel fatto che la società fissa per gli individui mete difficilmente raggiungibili senza però rendere accessibili i mezzi per raggiungerle. Ne consegue che gli individui si adoperano per raggiungere i loro obiettivi attraverso vie illegittime.  In quest’ottica appare chiaro che, per l’autore, la devianza è prodotto della struttura sociale.

Parlando di teorie sociologiche, non possiamo non citare la Scuola di Chicago che a partire dagli anni ’20 fu una delle maggiori fucine in termini di studio del comportamento criminale. I sociologi della Scuola di Chicago si focalizzarono sull’osservazione degli individui e delle dinamiche interne alla dimensione urbana. Questo punto di vista era fortemente influenzato dal’ urbanizzazione aggressiva avvenuta tra gli anni ’20 e ’30 negli Stati Uniti. L’elemento urbano venne quindi reputato responsabile dei problemi sociali e delinquenziali.

Nel prossimo post continueremo il nostro viaggio tra le Teorie Sociologiche, partendo da Edwin Sutherland con la sua teoria dell’associazione differenziale, per poi parlare di subculture devianti e tecniche di neutralizzazione. Alla scuola di Chicago invece, dedicheremo un appuntamento ad hoc più avanti , perchè offre degli spunti di riflessione meravigliosi sull’influenza dell’elemento urbano in ambito criminologico.

References:

  • BISI, Roberta; SETTE, Raffaella; BALLONI, Augusto. Manuale di criminologia: I: le teorie. Manuale di criminologia, 2013
  • Berzano L., Prina F., Sociologia della devianza, Carocci, Roma, 2003
  • DICRISTINA, Bruce. Criminology and the “essence” of crime: The views of Garofalo, Durkheim, and Bonger. International Criminal Justice Review, 2016
  • SHORT, James F. Criminology, the Chicago School, and sociological theory. Crime, law and social change, 2002