Teorie Sociologiche in Criminologia: dall’Associazione Differenziale di Sutherland alle Tecniche di Neutralizzazione di Matza e Sykes

Nell’ultimo articolo pubblicato abbiamo iniziato ad introdurre alcune delle basilari teorie sociologiche in campo criminologico, partendo dalla Statistica Morale di Quetelet e Guerry, per terminare con la Teoria della Tensione Sociale di Merton. Un approfondimento a parte merita, a mio parere, la Scuola di Chicago di cui ci occuperemo prossimamente.

Nell’articolo di oggi vorrei proseguire il nostro viaggio nelle teorie sociologiche parlando innanzitutto di Edwin Sutherland, influente sociologo, che contribuì alla definizione di concetti come crimine e devianza e che ricordiamo per la sua definizione dei White Collar Crimes (Crimini dei colletti bianchi) e per la teoria dell’Associazione Differenziale. Sutherland è stato uno dei primi studiosi in campo criminologico a teorizzare che il crimine non fosse un fallimento individuale o un difetto personale, ma fosse collegato alla tematica della socializzazione che si riferisce alle norme e ai valori dominanti che apprendiamo. Secondo l’autore, inoltre, il crimine non era qualcosa di ascrivibile solo a soggetti facenti parte di realtà socio-culturali travagliate, ma poteva verificarsi anche nella classe media: è questo il caso dei White Collar Crimes. Quando parliamo di White Collar Crimes, parliamo di crimini di natura finanziaria come ad esempio l’appropriazione indebita di denaro. Il contributo di Sutherland è stato fondamentale nel dimostrare che la correlazione tra povertà e crimine era un mito e che si possono commettere crimini indipendentemente dal contesto socio-culturale di appartenenza.

Sutherland sviluppò la teoria dell’ Associazione differenziale nel 1939 per poi finalizzarla nel 1947. L’obiettivo era quello di spiegare come i criminali arrivassero a commettere atti devianti o crimini. La teoria dell’associazione differenziale è una teoria criminologica che considera gli atti criminali come comportamenti appresi. Infatti, il comportamento criminale è appreso all’interno di un determinato ambiente sociale. Una delle ragioni della continua pertinenza della teoria è la sua ampia capacità di spiegare tutti i tipi di attività criminale, dalla delinquenza giovanile al crimine dei colletti bianchi. Infatti, la possibilità di apprendimento di ruoli devianti non riguarda solo aree marginali della società ma è estesa a tutti gli ambiti e avviene laddove il gruppo sociale è più prono ad accettare un comportamento deviante. La differenza tra comportamento conforme e comportamento deviante starebbe dunque in “cosa” si apprende e non nelle modalità di apprendimento.

Sutherland ha riassunto i principi della teoria delle associazioni differenziali in nove punti:

  1. Tutti i comportamenti criminali vengono appresi.
  2. Il comportamento criminale viene appreso attraverso le interazioni con gli altri, mediante un processo di comunicazione.
  3. La maggior parte dell’apprendimento del comportamento criminale avviene in gruppi e relazioni personali intime.
  4. Il processo di apprendimento del comportamento criminale può includere l’apprendimento delle tecniche per mettere in atto il comportamento, nonché i motivi e le razionalizzazioni che giustificherebbero l’attività criminale e gli atteggiamenti necessari per orientare un individuo verso tale attività.
  5. La direzione dei motivi e delle spinte al comportamento criminale viene appresa attraverso l’interpretazione delle norme e dei codici di condotta della propria area geografica come favorevoli o sfavorevoli.
  6. Quando il numero di interpretazioni favorevoli che supportano la violazione della legge supera le interpretazioni sfavorevoli che non lo fanno, un individuo sceglierà di diventare un criminale.
  7. Le associazioni differenziali non sono uguali, ma possono variare in frequenza, intensità, priorità e durata.
  8. Il processo di apprendimento dei comportamenti criminali attraverso le interazioni con gli altri si basa sugli stessi meccanismi utilizzati per apprendere qualsiasi altro comportamento.
  9. Il comportamento criminale potrebbe essere un’espressione di bisogni e valori generalizzati, ma non spiegano il comportamento perché il comportamento non criminale esprime gli stessi bisogni e valori.

La teoria dell’associazione differenziale è stata un punto di svolta nel campo della criminologia. Tuttavia, è stata anche oggetto di forti critiche per non aver tenuto conto delle differenze individuali e del modo in cui la personalità degli individui può interagire con il proprio ambiente per creare risultati inaspettati. Potrebbero ad esempio cambiare il loro ambiente per assicurarsi che si adatti meglio alle loro prospettive o, anche se circondati da influenze che non sposano i valori tipici dell’attività criminale, scegliere di ribellarsi votando la propria vita al crimine. Una delle questioni significative non affrontate dalla teoria di Sutherland è l’origine delle norme devianti, questione che viene invece affrontata da Albert Cohen nel suo studio sulla teoria della delinquenza di gruppo.

Nel 1955, infatti, Albert Cohen propose nel suo libro Ragazzi delinquenti una teoria che prendeva ad esame i fatti noti sulla delinquenza delle bande di adolescenti della classe operaia maschile. La teoria cercava di spiegare:

  • l’origine delle sottoculture delinquenti e quali funzioni svolgevano per quegli individui
  • perché le norme avevano il contenuto distintivo che avevano
  • perché le bande delinquenti erano distribuite in modo differenziato nella società

Una sottocultura è un insieme organizzato di valori, norme, credenze e atteggiamenti che sono diventati uno stile di vita tradizionale tra determinati segmenti di una popolazione. Una sottocultura “delinquente” è quella in cui il comportamento antisociale è richiesto dalle norme del gruppo. Al pari di Sutherland, anche Cohen riteneva che la delinquenza non fosse innata ma che fosse un comportamento appreso attraverso l’interazione con altri soggetti che condividono un modello di comportamento deviante. L’unica differenza tra delinquente e non delinquente è l’esposizione alla sottocultura. Cohen sostiene che il processo per diventare un delinquente è lo stesso di quello per diventare un boy scout: solo il contenuto di ciò che imparano è diverso! Anche la teoria di Cohen è stata sottoposta a numerose critiche, come l’aver sottovalutato l’influenza dei legami familiari e il non aver considerato che esistono moltissime sottoculture oltre a quella presa in esame. Infine, Cohen avrebbe posto poca attenzione alle dinamiche psicologiche all’interno delle bande dei giovani delinquenti che, nonostante l’aver messo in atto violazioni delle regole, cercano di evitarne le conseguenze.

Nel 1960 Cloward e Ohlin presentano una teoria della delinquenza giovanile che si basa sul lavoro di Durkheim e Merton e che si focalizza sulla spinta della società a rincorrere aspirazioni molto alte, seppure le opportunità di raggiungerle siano scarse. Secondo Cloward e Ohlin, i giovani passano alla delinquenza e alle subculture quando sono stati esclusi da opportunità più legittime. Gli autori identificano tre diversi tipi di sottoculture a cui i giovani potrebbero partecipare:

  1. Le sottoculture criminali, che tendono ad emergere in aree dove c’è molta criminalità organizzata offrono modelli criminali per i giovani. In queste subculture i giovani possono fare gavetta fino ad arrivare ai vertici della scala criminale. Queste sottoculture normalmente si occupano di crimini utilitaristici, che producono ricompense finanziarie.
  2. Le sottoculture conflittuali, che tendono ad emergere in aree dove c’è poca criminalità organizzata. Invece di imparare a commettere crimini che portino a dei compensi monetari i giovani si concentrano sull’ottenere rispetto attraverso la violenza delle bande.
  3. Le sottoculture ritiratarie sono per i giovani che, avendo fallito nelle sottoculture criminali, tendono a ritirarsi nell’abuso di droghe e alcol per affrontare il fatto che sono stati respinti da altre sottoculture.

Anche alla teoria di Cloward e Ohlin sono state avanzate delle critiche. Innanzitutto, non terrebbero abbastanza in conto l’estrema eterogeneità della società. Inoltre, i sociologi del conflitto sottolineano la difficoltà dell’applicare il concetto di subcultura a gruppi devianti la cui conflittualità si basa esclusivamente nell’appartenenza di classe.

Nel 1957 David Matza e Gresham Sykes pubblicano il saggio A Theory of Delinquency, in cui sottolineano che i giovani delle bande delinquenziali non nascerebbero come portatori di valori opposti a quelli della società. Sarebbe piuttosto la banda ad insegnare loro tecniche per neutralizzare il senso di colpa e la tensione collegata all’infrangere le regole della società. La teoria della neutralizzazione è stata sviluppata per spiegare come i criminali possano violare le regole negando la loro colpevolezza. La teoria della Neutralizzazione si basa si quattro assunti circa il comportamento dei giovani delinquenti: il provare senso di colpa o vergogna dopo aver commesso atti criminali, il rispettare e ammirare le persone rispettose della legge,il non danneggiar o vittimizzare alcuni gruppi (parenti, amici o chiese della propria fede) e infine il non esser immuni dalle influenze dominanti della società riguardo alle norme sociali convenzionali. Sulla base di questi assunti, Matza e Sykes hanno individuato cinque modi in cui i trasgressori neutralizzano o spostano la colpa da se stessi.

  1. Negazione di responsabilità: l’autore percepisce sé stesso come vittima di condizioni o circostanze sociali sfavorevoli. Non lui stesso, ma altri sono responsabili delle sue azioni.
  2. Negazione del pregiudizio: l’autore del reato banalizza o minimizza le sue azioni; non lo riconosce come immorale.
  3. Negazione della vittima: l’autore del reato ritiene che la vittima meritasse il crimine commesso contro di lui (ad esempio a causa dell’origine etnica o dell’orientamento sessuale).
  4. Condanna dei condannatori: L’autore accusa la polizia e altri controlli statali di essere corrotti, imperfetti, egoisti e ingiusti.
  5. Appello a lealtà superiori: l’autore del reato afferma di aver agito nell’interesse di altri o sulla base di ordini o pressioni dei pari, ma non secondo la propria volontà.

Matza e Sykes presentano un’analisi che ci spinge a guardare al criminale in considerazione delle dinamiche sociali, ultilitaristiche ed emotive che lo portano a intraprendere un atto criminale, atto di cui si pentirà a causa della sua “sensibilità” alle regole della società e che cercherà quindi di “giustificare” per sopperire al senso di colpa. Dopo tutto, secondo Matza, studiare la devianza significa “saper empatizzare”: è necessario comprendere questi fenomeni a fondo e in tutte le loro sfaccettature.

Nel prossimo articolo, come anticipato, approfondiremo il tema della Scuola di Chicago che a partire dagli anni ’20 fu una delle maggiori fucine in termini di studio del comportamento criminale. I sociologi della Scuola di Chicago si focalizzarono sull’osservazione degli individui e delle dinamiche interne alla dimensione urbana.

References:

  • BISI, Roberta; SETTE, Raffaella; BALLONI, Augusto. Manuale di criminologia: I: le teorie. Manuale di criminologia, 2013
  • Barbero Avanzini, Bianca. Devianza e controllo sociale. Italia, FrancoAngeli, 2002.
  • CLOWARD R.- L. OHLIN, Teoria delle bande delinquenti in America, Bari, Laterza, 1968.
  • COHEN A.K., Ragazzi delinquenti, Milano, Feltrinelli, 1963.
  • Sykes, G., Matza, D., Capuano, R. G, La delinquenza giovanile. Teorie ed analisi, Italia, Armando Editore, 2010.