Crime Prevention Through Environmental Design (CPTED)

Negli articoli precedenti abbiamo avuto modo di scoprire come la dimensione urbana, e le interazioni sociali che vi hanno luogo, possano influenzare il comportamento umano e come i disagi della società possano influire sull’aumento del tasso di criminalità.

L’influsso che la città può avere sul comportamento umano, e soprattutto sul crimine, è stato ripreso dalla filosofia del Crime Prevention Through Environmental Design (CPTED): un programma per manipolare l’ambiente urbano al fine di prevenire il crimine e creare quartieri più sicuri. Alle origini di questo movimento possiamo trovare i lavori di Elizabeth Wood, Jane Jacobs e Schlomo Angel.

Elizabeth Wood già a partire dagli anni ’50 iniziò a teorizzare che i luoghi stessi erano variabili importanti (fattori di rischio) nella commissione dei crimini. Negli anni ’60, lavorando per il Chicago Housing Authority, sviluppò delle linee guida per affrontare i problemi di sicurezza attraverso caratteristiche del design urbano che avrebbero supportato la sorveglianza naturale dei luoghi della comunità.

Le teorie di Elizabeth Wood le ritroveremo anche nell’opera magna di Jane Jacobs “La morte e la Vita delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane” del 1961, in cui l’autrice critica l’edilizia tipica di quegli anni che tendeva alla monotonia e alla creazione, all’interno della città, di quartieri isolati e fortemente classisti.

Jane Jacobs propone di cercare di comprendere la vita all’interno della città attraverso l’osservazione diretta e partecipante, in modo tale da capirne in modo approfondito le dinamiche e determinare quali siano le caratteristiche che possono rendere una strada, un parco o un quartiere più o meno sicuro. Torna, con Jane Jacobs, anche il concetto di città come grande laboratorio a cielo aperto per indagare il comportamento urbano. Inoltre, il caos che caratterizza l’ambiente urbano, e che molti altri autori sembrano considerano “morte” per la città, è per Jane Jacobs scintilla di vita. Questo è anche il motivo per cui Jane Jacobs intitola il suo saggio “Morte e Vita delle grandi città” e non il contrario!

La mescolanza, per l’autrice, è quindi fondamentale e, affinché sia scintilla di vita, devono verificarsi le seguenti condizioni:

  • I quartieri devono servire a più funzioni primarie: devono esserci scuole, uffici, negozi, attività ricreative. Questo porterebbe gli abitanti a vivere il quartiere in tutte le fasce orarie, inoltre negozi e attività aperte anche fino a tarda ora fungerebbero da “occhi sulla strada” e aumenterebbero la sicurezza per gli abitanti del quartiere
  • I quartieri devono avere isolati piccoli, con la possibilità di svoltare strada facilmente: l’ambiente non deve essere monotono e piatto, e deve creare l’occasione di incontrare frequentemente gli altri abitanti in modo tale da creare un senso di vicinato e di sicurezza
  • Anche a livello di edilizia, non deve esserci omogeneità: nel quartiere devono coesistere edifici di diversa età e condizione, in modo tale da favorire l’insediamento, nello stesso quartiere, di persone appartenenti a classi sociali diverse
  • La densità di popolazione deve essere sufficientemente elevata da poter permettere frequenti interazioni tra gli abitanti del quartiere, ma non così elevata da causare un sopraffollamento

Queste condizioni creerebbero un quartiere in cui c’è separazione tra lo spazio pubblico e privato, ma in cui lo spazio pubblico è costantemente frequentato e dunque sottoposto al controllo naturale e continuativo dei suoi abitanti. Inoltre, incentivando la frequentazione dello spazio pubblico e l’interazione dei suoi abitanti, non solo ci sarà maggiore sicurezza ma si andrà a coltivare anche il senso civico: frequentando i luoghi comuni i cittadini si sentiranno maggiormente coinvolti nel futuro della città e saranno spinti a coltivare dei rapporti di buon vicinato.

Altro precursore della CPTED fu Schlomo Angel, che con la sua opera “Discouraging Crime Through City Planning” del 1968 approfondì il tema della criminalità di strada a Oakland (California) e come l’ambiente fisico potesse prevenire in modo diretto l’attuazione di questo tipo di crimini. Il design ambientale poteva essere un concreto deterrente per l’attuazione dei crimini, facilitando invece la funzione di controllo di cittadini e polizia.

Il concetto vero e proprio di CPTED fu coniato nel 1971 da C. Ray Jeffery, criminologo della Florida State University che basò la sua opera chiamata appunto “Crime Prevention Through Environmental Design” sulla teoria dell’apprendimento di Skinner. La CPTED di Jeffery nasce, infatti, come progetto volto alla riabilitazione dell’ambiente scolastico nel distretto di Washington DC. Si basava su un modello stimolo-risposta (SR), che prevedeva la rimozione di rinforzi per il crimine abbassando la possibilità che questo venisse perpetrato. Secondo Jeffery esistevano quattro fattori critici nella prevenzione del crimine:

  • La storia dell’autore del reato
  • La motivazione per che spinge l’autore a commettere in reato
  • Il rischio che l’autore corre nel commettere il reato
  • L’opportunità di mettere in atto il reato

Sicuramente si poteva fare poco circa il vissuto dell’autore, ma sugli altri quattro fattori era possibile, secondo Jeffery, intervenire in ottica preventiva.

Negli stessi anni il lavoro di Elizabeth Wood, Jane Jacobs e Schlomo Angel fu ripreso anche da Oscar Newman, creatore del concetto di “Spazio Difendibile” che porterà avanti una ricerca empirica approfondita sulla criminalità nei quartieri della periferia di New York. Lo spazio difendibile di Newman è caratterizzato da due elementi:

  • La visibilità: lo spazio per essere “difendibile” deve consentire alle persone di vedere ed essere viste continuamente. Questo diminuirebbe il senso di paura dei residenti poiché un potenziale malintenzionato sarebbe facilmente osservato e identificato. L’essere esposto, inoltre, fungerebbe anche da deterrente per il criminale in questione
  • La disponibilità e proattività degli abitanti: gli abitanti del quartiere devono rendersi disponibili a intervenire e rendersi partecipi di questa funzione di controllo. Un fondamentale aspetto del buon vicinato è essere disponibili e partecipi nei confronti degli altri abitanti e della loro sicurezza. Questo innesca un meccanismo per cui più l’abitante sperimenta la sensazione di vivere in un luogo “sicuro” più sarà disposto a rendersi partecipe nel mantenerlo come tale

Per riassumere, secondo la CPTED la progettazione e la gestione degli spazi urbani sarebbe determinante nell’influenzare i tassi di criminalità, contribuendo al decremento dei crimini e del senso di paura: questa strategia è applicabile laddove vi siano reati predatori o un diffuso senso di insicurezza tra gli abitanti, attribuibile a una mancata proporzionalità tra edifici e spazio urbano, un utilizzo dello spazio conflittuale o segni di degrado urbano.

Il rapporto tra degrado urbano e criminalità è anche argomento della “Broken Windows Theory” di James Q. Wilson e George L. Kelling (1982), teoria secondo la quale segni di incuria e degrado potrebbero mettere in moto una spirale di problematiche sempre più gravi: se in un edificio viene rotta una finestra e nessuno si prende la briga di aggiustarla e sostituirla, la finestra rotta diventerà simbolo dell’incuria e dell’indifferenza degli abitanti nei confronti dell’edificio e ben presto verranno rotte altre finestre. Più finestre verranno rotte e più l’edificio sarà oggetto di degrado (atti vandalici, occupazioni e comportamenti devianti o criminali).  La Broken Windows Theory trovava le sue origini in un esperimento attuato dal Philip Zimbardo, ricercatore e psicologo dell’università di Stanford, nel 1969. Egli parcheggiò un’automobile senza targa in due quartieri molto diversi tra loro sia per estrazione sociale che per caratteristiche dal punto di vista ambientale. La prima automobile, parcheggiata in una via del Bronx, era stata presa d’assalto nell’arco di 10 minuti e dopo 24 ore ne rimaneva solo lo scheletro. La seconda automobile, parcheggiata in una via di Palo Alto, California, non fu toccata per più di una settimana. Infine, dopo essere stata “vandalizzata” dallo stesso Zimbardo, venne anch’essa presa di mira dagli abitanti della zona e dopo 24 ore era stata completamente distrutta. Ne emerse che un segno di incuria, anche in un quartiere rispettabile, può mettere in moto comportamenti devianti.

La Broken Windows Theory è alla base della “Zero Tolerance Policy”, un modello di controllo del territorio applicato a New York dal sindaco Rudolph Giuliani nel 1993. In quegli anni New York era una delle città più degradate degli USA, con un tasso di criminalità molto alto, soprattutto per quanto riguardava i crimini violenti e quelli legati allo spaccio di stupefacenti. Con la collaborazione di W. Bratton, che all’epoca dirigeva il Transit Police Department e che ben presto fu messo a capo del dipartimento di polizia di New York, Giuliani redasse un programma di tolleranza zero volto alla riduzione del crimine. Il concetto alla base di questo programma era quello di mettere i criminali, reali o potenziali, in condizione di non operare. La politica di Giuliani e Bratton si basava dichiaratamente sulla teoria delle finestre rotte e prevedeva la minimizzazione delle incivilities e del degrado urbano. Veniva inoltre incrementato l’organico della polizia, per far fronte alla situazione e per garantire un pattugliamento sistematico delle zone a rischio. Inoltre, la Zero Tolerance Policy prevedeva l’utilizzo del sistema di banche dati COMPSTAT, al fine di immagazzinare e condividere le informazioni.

Le teorie sopra citate, e facenti parte della famiglia delle strategie di prevenzione del crimine “place-based”, stabiliscono un presupposto per l’evoluzione della mappatura del crimine dei moderni sistemi di informazione geografica (GIS) e i relativi modelli di predictive policing che utilizzano algoritmi di Artificial Intelligence al fine di identificare, attraverso l’analisi si grandi quantità di dati storici sull’attività criminale, persone o luoghi a rischio.  La CPTED ha infatti avuto il merito di promuovere l’idea che gli eventi criminali potessero essere compresi, studiati e previsti attraverso l’utilizzo di modelli spaziali e temporali basati sulla struttura fisica e sul tessuto sociale della città.

Oggi CPTED è guidato dall’International CPTED Association (ICA), un’organizzazione professionale non governativa dedicata all’implementazione di CPTED in tutto il mondo. Se siete interessati, potete trovare il loro sito nelle references.

References:

  • Antonilli, Andrea, Insicurezza e paura oggi, Franco Angeli, 2012
  • Bianchini, Elena, and Sandra Sicurella. “Progettazione dello spazio urbano e comportamenti criminosi.” Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, 6.1, 2012
  • BISI, Roberta; SETTE, Raffaella; BALLONI, Augusto. Manuale di criminologia: I: le teorie. Manuale di criminologia, 2013
  • Nuvolati, Giampaolo (a cura di), Lezioni di sociologia urbana, Il Mulino, 2011
  • Wilson, James Q., and George L. Kelling, “Broken windows”, Atlantic monthly, 249.3, 1982,
  • Wortley, Richard, and Lorraine Mazerolle, Environmental Criminology and Crime Analysis, Routledge, 2008
  • The International Crime Prevention Through Environmental Design Association: https://www.cpted.net/