Secondo una definizione data dalla World Health Organization, l’Intimate Partner Violence comprende “ogni forma di violenza fisica, psicologica, sessuale od economica e riguarda sia soggetti che hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, sia soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo”.

La teoria della “Triade di MacDonald”
fu proposta per la prima volta dallo psichiatra J. M.
MacDonald in “The Threat to Kill”, un articolo del 1963
sull’American Journal of Psychiatry.

Questa teoria postula che la presenza durante
l’infanzia di episodi di crudeltà sugli animali unitamente
ad episodi di piromania ed enuresi notturna sia
indicativo di un successivo comportamento aggressivo
e violento in età adulta.

Ma è davvero così?

La relazione tra disturbi mentali e criminalità, dal punto di vista accademico e forense, è stata negli anni oggetto di intenso dibattito. Tendenzialmente si è propensi ad associare alle persone con malattie mentali una maggiore inclinazione alla commissione di atti di violenza e aggressione, sebbene dal punto di vista statistico non vi sia alcun tipo di associazione che avvalori questo pregiudizio.

La percezione che i pazienti psichiatrici siano individui pericolosi è un costrutto che ci portiamo avanti dall’800, corroborato dalla rappresentazione mediatica del criminale che agisce per “follia”. Statistiche alla mano potremmo piuttosto affermare il contrario: le persone con malattie mentali hanno maggiori probabilità di essere vittime di crimini violenti.

Negli articoli precedenti abbiamo avuto modo di scoprire come la dimensione urbana, e le interazioni sociali.
L’influsso che la città può avere sul comportamento umano, e soprattutto sul crimine, è stato ripreso dalla filosofia del Crime Prevention Through Environmental Design (CPTED): un programma per manipolare l’ambiente urbano al fine di prevenire il crimine e creare quartieri più sicuri.